Il rapporto tra il consulente di orientamento e gli obiettivi del suo cliente


Non diciamo niente di nuovo affermando che definire un buon obiettivo è parte fondamentale di un percorso di orientamento o di consulenza di carriera.

Quello che desideriamo sottolineare è piuttosto come questa fase della consulenza sia essenziale non sono per il cliente, ma anche per il consulente che, per le ragioni che ora vedremo, deve sentirsi completamente partecipe del processo di definizione degli obiettivi, così come del loro raggiungimento.

Senza un obiettivo ben definito, professionale o di proseguimento degli studi, non è possibile individuare la strategia adatta per raggiungerlo: per ogni professione o ambito ci sono determinati interlocutori a cui arrivare e per ognuno ci sono diversi canali di contatto e sono richiesti diversi strumenti e registri comunicativi per presentarsi al meglio.

Quindi, lavorare insieme al cliente per definire un obiettivo ben formato, ragionevole, raggiungibile ed al tempo stesso allineato con capacità, attitudini, valori e bisogni del cliente, è una delle missioni principali del consulente di orientamento.

D’altra parte, chi lavora a vario titolo nella consulenza orientativa ha molto in comune con altre figure professionali, il coach prima di tutto, che hanno nell’obiettivo del proprio cliente la loro ragion d’essere.

Ma l’ambito in cui si muove il consulente di orientamento è quello dello studio e del lavoro e delle scelte e conseguenze legate ad essi: il consulente interviene dunque in momenti e tappe fondamentali della vita degli individui. Motivo in più per esserne totalmente coinvolti.

Un pieno coinvolgimento, dunque, che però deve avvenire in modo corretto. Se da un lato il consulente non può essere distaccato e disinteressato al processo in atto, dall’altro lato deve evitare l’errore opposto, vale a dire quello di essere talmente coinvolto da analizzare l’obiettivo e definire relative scelte e strategie secondo i suoi valori e il suo modo di vedere le cose.

Il consulente, sarà banale ma ogni tanto è doveroso ricordarlo, deve sempre essere guidato dalla sospensione del giudizio e dalla non interferenza della propria struttura valoriale con quella del cliente, che è l’unico protagonista delle scelte che deve effettuare e delle relative conseguenze.

Tornando al cuore di questa riflessione, cosa misura il buon lavoro di un orientatore? Certamente il raggiungimento degli obiettivi del cliente. Ma questo non è l’unico parametro e nemmeno il principale. Un consulente può fare un ottimo lavoro con il suo cliente, anche se poi il risultato finale non arriva subito: le variabili che determinano la collocazione o ri-collocazione nel mercato del lavoro sono molte e spesso vanno al di là di una buona campagna di ricerca.

Ciò che determina il buon operato di un consulente è tutto quanto fa per agevolare una presa di consapevolezza che porta ad una corretta definizione degli obiettivi e per far si che il cliente attivi la migliore strategia possibile per raggiungerli.

Questo è un lavoro bellissimo, che gratifica in diverse fasi: quando cliente si affida, quando si riscopre nei suoi punti di forza e nei suoi bisogni, quando vede la luce ed individua la sua strada, quando si proattiva e si mette in gioco nel confronto con il mercato, quando ha i primi risultati, quando non ce li ha e tu sei li a motivarlo, e naturalmente quando finalmente raggiunge il suo obiettivo.

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Alessandro Pornaro

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